Le parole degli altri

“Sono tornata da me,
perché sono stanca di cercare qualcosa che non so,
di chiedere a chi non può offrire
o di aspettare chi è già occupato a illuminare se stesso,
di desiderare un corpo che non è mio,
di avere aspettative che mai arriveranno
perché comunque lontane dalla mia natura,
di fingere di capire o essere sempre tollerante e disponibile
con chi non comprende il mio valore.

Sono tornata da me,
perché non posso più dedicare il mio tempo, occhi e speranza
in cuori che non desiderano battere con il mio,
a chi non crede nella magia,
a chi dedica il suo momento e il suo pensiero a lamentarsi di ciò che non va,
o ad anelare cose che non gli appartengono,
e a criticare in ogni dove.

Sono tornata da me,
come unica destinazione possibile,
come strada disponibile,
come quel ritorno a casa
in sospeso da tanto tempo.
Sono tornata da me,
ho visto quanto ho corso contro il tempo,
i dolori della mia anima assetata di verità
in cerca di acqua.

Mi sono ospitata e sono entrata,
mi sono chiamata,
mi sono abbracciata e accarezzata,
e mi sono imbattuta in una me stessa.
Mi stava aspettando con il cuore ricolmo di speranza,
diversa è vero ma sana.

Ho visto che ero comunque intatta e non frammentata come pensavo di essere,
ho ritrovato la magia nei miei occhi,
e l’ho voluta rivedere ancora e ancora.

Ho scoperto di aver sempre posseduto le chiavi,
ed è stato bellissimo ritrovarmi.

Da qui, da dove abito scelgo me,
scelgo chi e scelgo cosa desidero,
muoio e resuscito ogni giorno e sono pur sempre viva.
Ho capito che questa è resilienza
e la trovo solo dove abita me stessa.”

Carla Babudri

(Foto dal web)

Come un pendolo

La solitudine non mi fa paura, l’isolamento si.

La pandemia ci ha costretti a contattare l’una e l’altro e a sentirne la differenza nel corpo.

Quando sono sola con me stessa il corpo riposa e il respiro è regolare, quando arriva l’isolamento il respiro mi scoppia nel petto, mi sento sola e assente.

La solitudine è calore sulle spalle, l’isolamento è contrattura alla scapola destra.

L’isolamento arriva insieme ai pensieri e allora è un gran casino.

La solitudine è assenza di pensiero, è spazio da non riempire con niente.

La solitudine è un passo da non forzare, l’isolamento è il tempo da cui fuggire di corsa. E più scappo e più arriva.

La solitudine mi parla di mia nonna vecchia che, seduta sulla sedia davanti al camino, s’immergeva nella sua preghiera quotidiana.

L’isolamento racconta dei sospiri di mia mamma in perenne attesa di un miracolo. Non le ho mai chiesto se alla fine fosse arrivato.

Il ponte per passare dall’isolamento alla solitudine per me si chiama Intimità. È un ponte che spesso è interrotto per lavori in corso.

L’assenza di intimità è mancanza di parole per narrarsi al presente ed avere la possibilità di ascoltarsi fino in fondo, per poterlo raccontare anche a qualcun’altro.

L’intimità viene a mancare se si rompe il contatto; tra la parola e i sensi, tra me e me, tra me e gli altri.

La pandemia ha portato in luce queste continue interruzioni di contatto tra presenza e assenza facendomi oscillare tra isolamento e solitudine.

Come un pendolo mi muovo tra un respiro corto e uno lungo.

Quando il corpo pensa all’oscillazione spesso si irrigidisce; illuso dalla stabilità è necessario ricordargli la storia della flessibilità del giunco, che può piegarsi fino a baciare la terra e poi tornare dritto a vibrare nell’aria, in completa intimità con entrambi gli elementi.

Come un pendolo.

Io con vestito leggero

Parole altre.


8 marzo 2021, giornata internazionale della donna.

Se fossi in te
io mi lascerei
sotto un albero
o sotto una tettoia
mi abbandonerei
in riva a un lago
e guarderei me
andare alla deriva
e forse ci soffierei anche
sopra come a una foglia
sull’acqua e la guarderei
andare a fondo
se fossi in te
in tutte queste
morti probabili
contemplerei se fossi in te
la certezza della mia
resurrezione.

Da ‘Io con vestito leggero’ di
#chandraliviacandiani

Le parole altre

COME UNA PREGHIERA


“Noi possiamo ancora avere il divino nelle nostre vite. Per avere il divino bisogna essere fragili, bisogna essere umili, bisogna sentirsi in pericolo. Senza pericolo il divino non ci soccorre, e noi siamo costretti a istigarci a un perenne volere. Oggi, in questo mondo difficile a furia di essere comodo, ci vuole una vita semplice, una vita esposta, E ci vuole che ognuno trovi la sua preghiera. Pregare prima di fare l’amore è bellissimo, è bellissimo pregare prima di uscire per strada, pregare prima del sonno, pregare prima di mangiare. La vita senza cerimonie è una vita sgarbata, una colluttazione col tempo che passa, è una vita ambiziosa, furba, e alla fine cieca. Prendiamo questa epoca e riempiamola di preghiere, cantiamola questa epoca, non accontentiamoci dello sdegno, del rancore, prendiamoci cura di essere devoti, di sapere le cose dei nostri luoghi, di avere buone memorie. Possiamo fare bene ogni mestiere se ci arrendiamo, se lasciamo ogni arroganza. Ci basta lavorare, ci basta guardare le creature e le cose del mondo. Dio oggi può essere semplicemente la clemenza e l’attenzione, Dio entra nelle nostre poesie, nelle nostre preoccupazioni, nei baci, nelle lacrime, Dio è quando siamo quello che siamo e camminiamo sereni: tutto quello che ci può accadere sembra una grazia, e quando questa grazia ci lascia noi torniamo a lavorare, andiamo avanti senza lagne, ma con desiderio di ringraziare, sapendo che la vita che facciamo noi è una piccola parte della vita universale, la grande parte della vita la fanno gli altri, il bene e il male ci toccano raramente, e quando non ci toccano restiamo attenti, guardiamo con dolcezza il bene e il male degli altri.”


Franco Arminio

LE PAROLE CREANO… MAGIA

Manuela Toto (immagine dal Web)

“Arriva un tempo in cui dopo una vita passata ad aggiungere, inizi a togliere.
Togli i cibi che ti fanno male.
Togli i vestiti che ti vanno troppo stretti o troppo larghi.
Togli le cianfrusaglie dimenticate nei cassetti insieme alla convinzione antica di non andare mai bene.
Togli il cuore dai posti dove non c’è più amore.
Togli il tempo passato a inseguire le persone.
Togli lo sguardo da chi ti ha ferito.
Togli potere al passato, togli le colpe dai tuoi racconti e lo sguardo da chi ti parla dietro.
Togli le erbacce intorno ai tuoi sogni,
i compromessi che ti sporcano le scelte,
i sì concessi per adattamento.

La vera ricchezza non è aggiungere,
ma togliere.”

Manuela Toto, “Sotto le scale”

E oggi tu che cosa scegli di togliere?

Buon lavoro

Parole altre

Simone Cristicchi ( Foto dal web)

«Credo nello sguardo della Gioconda e nei disegni dei bambini. Nell’odore dei panni stesi, del ciambellone e in quello delle mani di mia madre.
Credo che quando la barbarie diventa normalità, la tenerezza è l’unica insurrezione.
Credo che la vera gioia è riuscire a sentirsi parte di un paesaggio incantevole, pur non essendo altro che un granello di sabbia.
Credo che la lingua di Dio è il silenzio, e il suo corpo la Natura.
Credo che non siano le grandi rivoluzioni o le ideologie, ma i piccoli gesti a cambiare il mondo perché niente è più grande delle piccole cose.
Credo alla potenza del soffione, quel piccolo fiore selvatico che cresce ostinato tra le pieghe dell’asfalto e che anche tra mille difficoltà, riesce comunque a germogliare e a diventare fiore.
Credo che chi non vive il presente, sarà sempre imperfetto. Anche da trapassato.
Credo che la vera sfida è debuttare ogni giorno, tutto il resto è repertorio.
Credo che chi ha bisogno di nemici, non è in pace con se stesso.
E credo che non sia la bellezza che salverà il mondo, ma siamo noi che dobbiamo salvare la bellezza.
Credo che non bisogna cercare la felicità, ma solo proteggerla.
Credo che non c’è peggior peccato che non stupirsi più di niente e che tutta l’intelligenza e la cultura del mondo resti muta e si inchini davanti a questo grande mistero, al miracolo di questa vita che va avanti, nonostante tutto, che non si ferma, che si trasforma ogni secondo.
Perché la vita è l’unico miracolo a cui non puoi non credere.»

Simone Cristicchi”Credo”, estratto da “Manuale di volo per uomo”

Buon lavoro di consapevolezza…

PAROLE ALTRE

Luisa Muraro ( Foto dal web)

Un filo di felicità.
Quando penso, scrivo, parlo, non è il concetto di felicità che mi sta a cuore, ma proprio essere felice dentro di me e insieme a chi mi legge o ascolta. Questa condizione insolita e in parte sfuggente che chiamiamo felicità mi è presente (o, al contrario, mi manca) quando comunico con gli altri, presente (o mancante) in un modo difficile da comunicare verbalmente, ma sensibile…

Hai presenti quei discorsi che ripetono che la felicità è impossibile o che non è per noi esseri umani? Ecco, c’è qualcosa che m’impedisce di accoglierli. Non potrei stare in questo mondo se non potessi credere e sentire che talvolta si aprono dei passaggi per cui una qualche felicità riesce ad accadere. Riesce cioè a venire da non so dove e a inserirsi nelle nostre esistenze come anche nella Storia. So solo che per arrivare deve passare all’interno di ciascun essere umano o forse di ogni vivente, anche gli animali e le piante e chissà le cose tutte. L’avvenimento della felicità può essere segreto ma può essere largamente condiviso e perfino pubblico, come la fine di una guerra con le campane che suonano a festa da tutti i campanili.”
 Luisa Muraro

Luisa Muraro è una filosofa, scrittrice, pedagogista, attivista, traduttrice e accademica italiana.

Data di nascita: 14 giugno 1940
(Fonte: Wikipedia)

PAROLE ALTRE

Albert Camus ( immagine dal web)

Mia cara,
nel bel mezzo dell’odio
ho scoperto che vi era in me
un invincibile amore.
Nel bel mezzo delle lacrime
ho scoperto che vi era in me
un invincibile sorriso.
Nel bel mezzo del caos
ho scoperto che vi era in me
un’ invincibile tranquillità.
Ho compreso, infine,
che nel bel mezzo dell’inverno,
ho scoperto che vi era in me
un’invincibile estate.
E che ciò mi rende felice.
Perché afferma che non importa
quanto duramente il mondo
vada contro di me,
in me c’è qualcosa di più forte,
qualcosa di migliore
che mi spinge subito indietro”.

Albert Camus
 scrittore, filosofo, saggista, drammaturgo, giornalista e attivista politico francese.
Nato il 7 novembre 1913, Algeria francese.
Morto il 4 gennaio 1960

Premio Nobel per la letteratura nel 1957.

SALUTARE LE PAROLE

Di: Chandra Livia Candiani

“Lo sguardo è ghiacciato

non bruciarti

stai sotto il mantello

cucito per te dagli anziani

e mentre raschi il vetro

raccogli tutto il peso

dell’attenzione tra le scapole

e poi lancia lanciale lontano

le belle parole.

Non voglio parole che mi spieghino e nemmeno che sgroviglino né chiariscano. Non voglio parole che mi riempiano e nemmeno che mi facciano sentire sciocca e con poca scuola alle spalle. Non voglio parole che complichino senza un cuore al centro. Non voglio parole che si diano arie. Ho bisogno di parole leggere eppure capaci di sfamare e dissetare, parole che mi domandino tanto, tutta la testa da mozzare e un cuore ingenuo da allenare al passo delle bestie nella foresta, vigile e sempre a casa, eppure sempre in pericolo. Voglio parole disobbedienti ma anche candide. Parole capriole e parole solletico, parole lampi, fulmini e tuoni, parole aghi che cuciono e parole che strappano la stoffa del discorso.

Parole silenziosissime che non svegliano i bambini della notte. Parole che conoscono i ring e non sferrano mai colpi bassi. Ma toccano. Rintoccano. Fanno percepire la pelle e vibrare le ossa. Le ferite si acquietano sotto le parole di fuoco, si riconoscono della stessa natura. Ho bisogno di parole che mi cercano, cercano la mia oscurità, non la mia chiarezza e si accovaccino con me, con me respirino affannate nell’oscurità. Parole che sappiano aspettare. Parole che mi diano uno spintone verso quello che ancora non oso sapere. Parole compagne del silenzio. Una ogni tanto. Poi tre passi. Ancora una. E sei passi. Parole che vedano i tuoi occhi e i tuoi capelli, come cadono per un nonnulla e come gli occhi si arrossino scrutando il buio. Parole che conoscano gli sforzi. Per non dire. Per dire tutto. Per dire senza far male. Per velare. Per dire quello che tu taci. Per dire quello che sottintendi. Parole che accarezzino quello che taci per viltà e per paura e non lo condannino a decifrarsi ma bisbiglino solo: “Ci sei. Io ti sento.”

Ho bisogno di parole che mi ascoltino.

Ora è tempo per me di salutare le parole.”

Chandra Livia Candiani ( Foto da internet)

“Ciò che ti lasci alle spalle è una vecchia pelle superata.

Non ti addolorare per questo.

Guarda il tuo Sè nudo, crudo, bagnato, incompiuto

guarda a quello che stai diventando.

Anche il mondo fa la sua muta:

tra politici, cataclismi, giorni ordinari.

E’ facile perdere questo momento

che si dispiega teneramente.

Cercalo

come se fosse il primo filo d’erba verde

dopo un lungo inverno.

Ascoltalo.

Come se fosse il primo raggio di luce in un luogo dove l’alba è annunciata dalle campane.

E se tutto ciò non funziona,

lava i piatti.

Sciacquali dal sapone,

mettili nello scolapiatti.

Rimani al lavandino della cucina.

lascia che l’acqua fredda scorra tra le dita.

Sentila.”

Pat Schneider e Daehyn Kim

PAROLE ALTRE

“Nell’antichità, quando gli uomini non avevano la scrittura, gli uomini per comunicare cercavano un sasso la cui forma esprimesse i loro sentimenti e lo inviavano ad un’altra persona.  Chi lo riceveva dalla sensazione al tatto e dal peso capiva i sentimenti di chi lo aveva inviato. Un sasso liscio per esempio per comunicare serenità d’animo e felicità. Uno ruvido e spigoloso trasmetteva preoccupazione per l’altro”.

Dal film Departures

Buona riflessione

PAROLE ALTRE

Amo appoggiare la mia mano sul tronco di un albero davanti il quale passo, non per assicurarmi dell’esistenza dell’albero – di cui io non dubito – ma della mia.

Tutti gli alberi nella sera trepida. Mi ammaestrano con il loro modo di accogliere ogni istante come una buona ventura. […] Non hanno preoccupazione di nulla, e soprattutto di un senso. Attendono, di un’attesa radiosa e tremula. Infinita. […] Un albero che risplende di verde. Un viso inondato dalla luce. Questo basta per ogni giorno. Anzi, è molto. Vedere ciò che è. Essere ciò che si vede. Smarrirsi nei libri, o nei boschi. La natura sommerge i libri. L’erba ricopre il pensiero. Il verde assorbe l’inchiostro. […] L’arte di camminare è un’arte contemplativa. All’inizio si guarda quello cui si passa accanto, poi lo si diventa. Non si è più una traversata luminosa del paesaggio. Si è soltanto, se stessi […]. Non si lotta più con l’aria, con il vuoto dell’aria, con gli angeli nel vuoto. […] Si è nelle migliori mani che ci siano, quelle del vento, del nulla innocente di ogni giorno. Portati via, abbandonati, ripresi. Che altro?”

Oggi: Christian Bobin

Christian Bobin (Le Creusot, 24 aprile 1951) è uno scrittore e poeta francese, vincitore del premio Prix des Deux Magots nel 1993.

Opere:
Francesco e l’infinitamente piccolo, Cinisello Balsamo, Edizioni San Paolo, 1996 (ultima edizione 2012).
L’uomo che cammina, Magnano, Edizioni Qiqajon, 1998.Presenze, Verona, Perosini, 2000.
Resuscitare, Milano, Gribaudi, 2003.Il distacco dal mondo, Servitium, 2005 (isbn 9788881662302)
L’equilibrista, Milano, Servitium, 2005 (isbn 9788881662401).
La luce del mondo, Milano, Gribaudi, 2006.Consumazione.
Un temporale, Servitium, 2006 (isbn 9788881662744).
L’amore è proprio una piccola cosa, Milano, Gribaudi, 2007.
La parte mancante, Servitium, 2007 (isbn 9788881662869).
L’ottavo giorno della settimana, Servitium, 2008 (9788881663026).
Mille candele danzanti, 2008.
Più viva che mai. Una storia d’amore dura per sempre, Cinisello Balsamo, Edizioni San Paolo, 2010.
Elogio del nulla, Servitium, 2005, nuova edizione 2010 (isbn 9788881663309)
L’altra faccia, Servitium, 2010 (isbn 9788881663187).
Una biblioteca di nuvole, 2012.
Autoritratto al radiatore, Animamundi edizioni, 2012.
Folli i miei passi, 2013.
Cristo come i papaveri, Silvia Editore, 2013.
Sovranità del vuoto, Animamundi edizioni, 2014.
Un sole che sorge, Edizioni gruppo AEPER, 2014.Louise Amour, Camelozampa editore, 2014.
Resuscitare, Animamundi edizioni, 2015.
Mozart e la pioggia, Animamundi edizioni, 2015.
La vita e nient’altro, Animamundi edizioni, 2015.
L’uomo del disastro, Animamundi edizioni, 2015.
Il Cristo dei papaveri, Brescia, Editrice La Scuola, 2016.